Il cartello in vetrina

Il cartello in vetrina

Anatomia di una finzione collettiva e come smarcherarla per riprenderci il pianeta. 

1. Continuiamo a dare i numeri

Confesso che i numeri e la matematica non sono mai stati il mio forte, né a scuola né oggi. Eppure, davanti ai dati che sto per illustrare in questo articolo, mi chiedo se serva davvero essere un ingegnere per accorgersi che i conti sono sbagliati alla radice. Sono talmente chiari che parlano da soli.

Eppure continuiamo a comportarci come se questi numeri riguardassero chissà chi altro. Non ne percepiamo l’impatto sulla nostra vita e non riconosciamo che la soluzione è lì, davanti a noi, in attesa di essere codificata: ce l'abbiamo sulla punta della lingua, come vedremo più avanti.

Per riuscire, è di aiuto sentirci tutti membri attivi di una comunità consapevole innanzitutto che le alternative ai cibi di origine animale esistono e si trovano ormai ovunque. Se non avessimo altra scelta oltre la scaloppina, la nostra inerzia sarebbe comprensibile, ma l'abbondanza di opzioni disponibili aggrava il perseverare su questa strada. Partendo da questa consapevolezza, possiamo lottare per la protezione di tutti, gli umani e i non umani, e non per una salvaguardia ideologica del pianeta.

Per comodità aggrego i dati in tre aree per trarre da ognuna le dovute conseguenze.

  1. Ogni anno si nutrono oltre 80 miliardi di animali terrestri (pesci esclusi) e non riusciamo a sfamare un miliardo di esseri umani che, secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, soffrono la fame e la malnutrizione. Questo è il primo conto che non torna. E la situazione è destinata a peggiorare dal momento che si prevede infatti il raddoppio della produzione di carni entro il 2050, da 80 a 160 miliardi di animali terrestri da allevamento. Nutriamo un numero inimmaginabile di animali, ma non riusciamo a sfamare tutti gli esseri umani del pianeta.

  2. A questo si collega un secondo conto, non meno sconcertante. Preleviamo ogni anno 9 miliardi di tonnellate di cibo dal nostro pianeta: di queste, l'80% è destinato a nutrire gli animali da allevamento, i quali in cambio "restituiscono" meno di un miliardo di tonnellate di carne all'anno. Per produrre una sola libbra di carne bovina da allevamento intensivo servono infatti 16 libbre di cereali, e sorvoliamo sul consumo d'acqua per irrigare i campi e dissetare gli animali. È come depositare €16.000 in banca e ritrovarsene €1.000 l'anno dopo. Chi tra noi sarebbe soddisfatto di questo rendimento? E come mai nessuno protesta?

  3. Infine, l'ultimo dato sconcertante, correlato ai due punti precedenti: il consumo di carni si concentra principalmente nei paesi con un reddito pro capite (GIN) nel 2024 intorno ai $15.000 annui, che rappresentano circa 1,5 miliardi di abitanti, appena il 17% della popolazione mondiale. Significa che per sfamare (di prodotti animali) soltanto una piccola parte della popolazione mondiale, stiamo mettendo a rischio non solo le risorse del pianeta, ma la sopravvivenza stessa degli abitanti. Eppure, come abbiamo già accennato, si prevede il raddoppio della produzione entro il 2050. Per un principio di giustizia, mi chiedo: cosa accadrebbe alle risorse del nostro pianeta se anche i restanti 6,5 miliardi di esseri umani volessero sfamarsi nello stesso modo?

Bill Gates, che è tra i maggiori investitori nella green economy, da tempo evidenzia l'inefficienza strutturale del sistema di produzione alimentare globale e il conseguente devastante impatto ambientale.

Per sostenere questa macchina produttiva abbiamo già eliminato il 50% delle foreste originarie della Terra, abbattute o bruciate per creare pascoli o coltivare mangimi.

L’industria dell’allevamento intensivo e quella casearia sono i principali consumatori di acqua e i più impattanti al mondo. Eppure, tutta questa sofferenza e distruzione non serve a “sfamare il mondo”, come abbiamo visto, ma solo una piccola parte, neppure il 20% della popolazione. Va bene così?

Ma sono sicuro che davanti a questo colossale spreco di risorse (alimentari, ambientali ed economiche) che al lettore attento non sfuggirà il fatto che un settore in perdita di solito non sopravvive sul libero mercato. Dunque la domanda legittima che si pone è: “come fa quest'industria a non fallire?”

La risposta è che il sistema si regge, in Italia come nel mondo, solo ed esclusivamente grazie a massicci sussidi pubblici (soldi delle nostre tasse). Se la carne costasse il suo prezzo reale, il sistema esploderebbe domani stesso. E questa è un'informazione che non entra nel radar del news mainstream.

La conferma della gravità di questo paradosso sono i dati più recenti sulle politiche agricole europee (https://foodrise.org.uk/press-release-cap-crossroads/), i quali certificano che il 77% dei fondi pubblici (pari a circa 39 miliardi di euro) viene destinato all'industria della carne e dei latticini, il settore responsabile di oltre l'80% delle emissioni climatiche legate alla produzione del cibo (non contiamo ancora quelle legate alla distribuzione!).

È la dimostrazione di come l'attuale sistema non si regga affatto su libere regole di mercato, ma sia "drogato" dai soldi delle nostre tasse per mantenere in piedi cosa? Una macchina che distrugge il pianeta e nuoce gravemente alla nostra salute.

Anche qui: siamo sicuri che vada tutto bene? C'è bisogno di essere matematici per comprendere l'impatto di questi numeri sulle nostre vite?

Shaun Monson TEDxPacificAvenue

No Separation Based on Form Shaun Monson TEDxPacific Avenue.png
https://www.youtube.com/watch?v=-P7eopjN92c

2. Vivere nella menzogna: l’illusione collettiva

Come si spiega che pur di fronte a delle evidenze così lampanti il comportamento dei consumatori in generale non cambia di molto? Come spiegarci la relativa passività dei consumatori di fronte alla palese inefficienza di un sistema di produzione così distruttivo per l’ambiente e dannoso per la salute?

Pensiamo soltanto alle carni processate classificate dall’OMS come cancerogene di gruppo 1, per sorvolare sulle conseguenze dell'inquinamento atmosferico, del suolo, delle falde acquifere e degli oceani.

Nel cercare spiegazione a queste domande, ho trovato un'interessante chiave di lettura in occasione dell'ultimo World Economic Forum di Davos. Il primo ministro canadese Mark Carney ha pronunciato un discorso storico sul nuovo ordine mondiale che si sta delineando nel quale ha citato il celebre saggio del 1978 del dissidente e poi presidente ceco Václav Havel, “Il potere dei senza potere”.

Davos - WEF

Canadian Prime Minister's speech at the World Economic Forum Davos
https://www.youtube.com/watch?v=izDAOvHz5Wc&t=124s

Nella sua opera Havel, riferendosi indirettamente all'apparato di governo comunista del suo paese, al tempo la Cecoslovacchia, denuncia che:

“Il potere del sistema non deriva mai dalla sua verità, ma dalla volontà di ciascuno di comportarsi come se fosse vera. E la sua fragilità deriva dalla stessa fonte: non appena una sola persona smette di recitare la parte, non appena, in questo caso, il fruttivendolo toglie il cartello dalla vetrina, l'illusione inizia a sgretolarsi.”

“Proletari di tutto il mondo, unitevi!” è la frase scritta sul cartello che, nell'opera di Havel, tutti i negozianti espongono in vetrina: lo espongono non perché ci credono, ma per evitare problemi, per conformarsi pubblicamente al sistema. Ed è proprio in questo gesto quotidiano, ripetuto da tutti, che vive e si riproduce il potere: non perché lo slogan sia condiviso e ritenuto credibile, ma perché per evitare problemi, per conformismo, per “tirare avanti” tutti lo accettano.

È il concetto di “vivere nella menzogna” evocato dal primo ministro canadese nel suo discorso, applicato alla situazione geopolitica internazionale e al comportamento degli stati sovrani nei confronti degli Stati Uniti.

Ed è proprio il concetto del “vivere nella menzogna” quella chiave di lettura che cercavo per aprire una nuova finestra in questa riflessione.

Il concetto di Havel è potentissimo perché svela come molti sistemi, non solo quelli totalitari che lui conosceva, si reggano su una finzione collettiva stratificata su più livelli a cui tutti continuano a conformarsi come se fosse vera.

Il potere del sistema non deriva dalla sua legittimità o verità intrinseca, ma dal fatto che ognuno, per convenienza o inerzia, continua a recitare la propria parte.

Vediamo i tre livelli di stratificazione della finzione collettiva:

  1. Livello scientifico: le evidenze ci sono, sono solide, pubblicate, confermate dall'OMS e da organismi internazionali. Ma continuiamo a trattarle come "opinabili" o "estreme". La carne processata è cancerogena di gruppo 1 (stesso livello del fumo), ma si continua a consumarla così come si continua a fumare.

  2. Livello ambientale: è risaputo che l'industria dell'allevamento e l'industria casearia sono tra i maggiori responsabili di emissioni, deforestazione e inquinamento, ma nei pranzi delle conferenze sul clima e sulla sostenibilità si continua a servire la carne: è l’elefante nella stanza che nessuno vuole vedere.

  3. Livello culturale: mangiare carne/latticini è così radicato nelle nostre identità culturali, familiari, sociali che chi smette di recitare la parte viene visto come quello che rompe il patto sociale. Non è una scelta alimentare, diventa una dichiarazione politica, un giudizio implicito sugli altri davanti al quale ci si sente obbligati a reagire, non a confrontarsi.

Così l’illusione si mantiene fino a quando tutti continuano a recitare la parte, fino a quando tutti continuano a esporre lo stesso cartello in vetrina.

3. La reazione socio-antropologica: lo specchio vegano

Già. E fino a quando continueranno a esporre lo stesso cartello? Fino a quando il primo negoziante non deciderà di rimuoverlo. Cosa accade, dunque, quando una persona decide di non partecipare più alla finzione collettiva?

Sul piano culturale il meccanismo descritto da Havel è dirompente: il consumo di carne e latticini è profondamente intrecciato con le nostre identità familiari, culturali e sociali.

Chi sceglie un’alimentazione a base vegetale diventa, di fatto, il fruttivendolo che toglie il cartello dalla vetrina. Senza compiere alcun gesto estremo, allinea le proprie azioni alle evidenze scientifiche, consapevole che la sua scelta contribuisce a proteggere gli esseri viventi del pianeta, umani e non umani.

Eppure, la sua presenza a tavola diventa un fattore di disturbo, uno specchio per gli onnivori. Senza bisogno di dire nulla, il suo piatto “diverso” ricorda la finzione collettiva a tutti gli altri commensali, e che continuare ad alimentarla è una scelta, non una necessità, in quanto le alternative al consumo di prodotti di origine animale abbondano.

A questo punto assistiamo alla reazione difensiva contro chi esce dal coro: nel migliore dei casi viene etichettato come “rompiballe”, oppure anche come “fanatico” o “estremista”. Qui nasce il paradosso per cui chiunque faccia riferimento ai dati scientifici diventa l'estremista responsabile di rompere il patto sociale, mentre chi persevera in comportamenti che alimentano una macchina di distruzione e di morte viene considerato normale e moderato.

In realtà, l'ostilità rivolta nei confronti del vegano di turno, del negoziante che decide di non esporre più il cartello e di non conformarsi al sistema, va considerata come l’espressione di quel disagio (comprensibile) che negli onnivori si genera nel vedere incrinarsi l’illusione della finzione collettiva. E questa constatazione da sola, merita una pausa di riflessione.

La presenza di qualcuno che agisce diversamente produce una dissonanza cognitiva: “se lui può farlo, potrei farlo anch’io ma non lo faccio; e se non lo faccio, mi tocca confrontarmi con quella dissonanza, di dovermi giustificare.”

Purtroppo in molti per difendersi si giustificano con l'idea di consumare solo poca carne biologica, “quella buona”, dicono, “quella allevata a terra”. Ma non si accorgono che nel tentativo di mettersi la coscienza a posto, scrivono solo una frase diversa sul loro cartello esposto in vetrina.

Dimenticano che anche la carne, “quella buona biologica”, proviene dal corpo di un animale senziente che avrebbe preferito continuare a pascolare invece di essere segato in pezzi.

Il sistema si regge sulla complicità reciproca: finché tutti sono complici, nessuno è costretto a giustificarsi. Ma più aumentano le persone che decidono di non esporre più il cartello, più l’illusione si indebolisce.

4. Giustizia climatica: una nuova visione del mondo

L'illusione della finzione collettiva a cui faccio riferimento, purtroppo, è ancora molto forte e consolidata. Faccio un esempio. Si conferma ogni volta che senti pronunciare frasi del tipo “non posso rinunciare alla mia bistecca” oppure “guai a chi mi tocca la mia cotoletta” o peggio ancora “è un mio diritto mangiare la bistecca”.

Viviamo in una comunità globale che afferma di riconoscere nella diversità un valore e che, nel tempo, ha imparato a considerare inalienabili i diritti delle minoranze, a rispettare orientamenti di pensiero, religiosi e sessuali.

Eppure, questa stessa comunità fatica ancora a trovare uno spazio legittimo per chi non si riconosce nel sistema e toglie il cartello dalla vetrina, rendendo visibile la propria opposizione alla finzione collettiva.

In ogni parte del mondo l’esperienza quotidiana dei vegani mostra come, anche nei contesti più ordinari (ritrovi associativi, ambienti di lavoro, momenti ricreativi tra amici) si tenga conto con naturalezza di allergie e intolleranze, mentre la scelta etica, dunque quella con radici non proprio banali, di rifiutare cibo di origine animale per nutrirsi di vegetali, viene spesso ignorata o trattata come l’eccezione fastidiosa nell'ipotesi più fortunata.

Per smascherare questa menzogna collettiva dobbiamo ripensare ai nostri presunti diritti alla luce del concetto di giustizia climatica richiamato, tra gli altri, da Papa Francesco e dal parlamentare inglese David Lammy nel suo intervento al TED Countdown del 2020.

  • Come rivendicare il “diritto” alla cotoletta quando le risorse del pianeta non consentono a tutti gli esseri umani di mangiarne?

  • È normale perpetuare questa macchina di distruzione globale per nutrire il 20% della popolazione mondiale, mentre un miliardo di persone soffre la fame?

  • E se anche gli altri 6,5 miliardi di persone reclamassero lo stesso diritto alla cotoletta, come farebbe il pianeta con i suoi abitanti a reggere la devastazione?

Quando decisione e azione avvengono a scapito del pianeta e di un miliardo di esseri umani, non siamo più di fronte alla difesa di un principio di giustizia universale, bensì ad una mera difesa del privilegio, non più sostenibile, di una minoranza.

La mia conclusione è un invito ad un'azione portatrice di speranza. A differenza di molte altre sfide globali, per contrastare la fame nel mondo, rallentare la distruzione ambientale e fermare la crudeltà sugli animali non servono eserciti, non servono nuove organizzazioni o apparati normativi internazionali. La soluzione è dentro di noi: come afferma Shaun Monson nel video TEDx citato, inizia e finisce sulla nostra lingua.

Togliere il cartello dalla vetrina significa riprendersi il proprio potere attraverso ciò che scegliamo di mettere nel piatto, ed i più fortunati lo fanno tre volte al giorno. Significa rifiutare quella “separazione basata sulla forma” che ci abitua a provare amore incondizionato per gli animali domestici da affezione e un'intolleranza sconsiderata verso tutti gli altri.

Decidere di non vivere più nella menzogna è il primo passo che testimonia il passaggio a un altro modo di vedere e di abitare il mondo. È l’atto con cui scegliamo di riconoscerci in una comunità globale consapevole che tutte le diversità, incluse quelle basate su scelte etiche, rappresentano un valore, e che non si limita a proclamare una salvaguardia ideologica del pianeta, ma, consapevole dell’impatto delle proprie scelte quotidiane, si impegna attivamente a proteggere tutti gli abitanti del pianeta, umani e non umani.

A conferma di quanto questa finzione sia radicata nelle decisioni delle massime istituzioni globali, basta sfogliare il recente Global Risks Report 2026 del World Economic Forum. Il report certifica che gli eventi climatici estremi, la perdita di biodiversità e il collasso degli ecosistemi sono universalmente riconosciuti come i rischi in assoluto più gravi per l'umanità nel prossimo decennio.

Tuttavia, lo stesso documento rileva come nel breve termine queste priorità vengano declassate e deprioritizzate dai leader globali in favore di logiche economiche immediate.

È l'istituzionalizzazione del cartello in vetrina di Havel: sappiamo che il sistema sta collassando, ne conosciamo le cause, ma le ignoriamo pur di non alterare lo status quo. Mantenere la rotta in questa dissonanza cognitiva globale è la follia del nostro tempo e ci insegna che se vogliamo riprenderci il pianeta, non possiamo più tenere il cartello in vetrina.

Mi chiamo Luca Leonardini e, come molti di noi, non sono nato vegano: ho semplicemente deciso di togliere il mio cartello dalla vetrina dieci anni fa. Per questo nutro empatia e comprensione nei confronti di chi non ha ancora compiuto questo passo. Conosco bene le incertezze, i dubbi e le paure che si provano, perché sono gli stessi che ho attraversato anch'io. Questo articolo è un invito alla riflessione per creare un ponte di dialogo e confronto. Il mio intento è stimolare a leggere il sistema di produzione del cibo su scala globale sotto una luce nuova, diffondere una maggiore sensibilità e comprensione del problema. Infine, voglio lasciare una domanda, a cui rispondere in totale onestà prima di tutto a se stessi: «Alla luce di quanto hai letto, perché non sei ancora vegana/o?»

Cover image credits: Foto di Georg Eiermann su Unsplash

La trappola della ruota del criceto

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